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GucciFest: come Alessandro Michele cambia la narrazione di moda

Il tempo di pandemia che viviamo richiede capacità di adattamento e possibilità flessibili per sopravvivere a sfide insolite. GucciFest è il perfetto esempio di questo; si presenta come una serie di 7 mini film racchiusi all’interno di Ouverture of Something that Never Ended (già online in diretta streaming dal 16 al 22 di Novembre 2020 su Gucci Youtube, Weibo, YouTube Fashion e sulla piattaforma dedicata GucciFest) co-diretto da Alessandro Michele e dal regista Gus Van Sant. L’obiettivo del progetto? Trovare un’alternativa al formato della fashion week nell’era in cui -volenti o nolenti- il lockdown ha costretto le nostre vite a ruotare intorno all’intrattenimento digitale.

Si tratta di un nuovo approccio allo storytelling, che il direttore creativo di Gucci aveva già anticipato lo scorso maggio con i suoi Appunti dal Silenzio, nonché con la sua decisione di sottrarsi ai ritmi frenetici del calendario ufficiale delle fashion week. Fondendo il cinema e la moda, questo tipo di narrazione vuole liberare i vestiti dai loro ancoraggi, dai loro spazi predefiniti, dagli armadi e dalle boutique, per mostrarli nel loro habitat naturale: ossia, indossati su un corpo umano. “Verso quali nuovi orizzonti può spingersi la moda quando decide di lasciare i suoi ancoraggi confortanti? Che vita hanno i vestiti quando smettono di sfilate? Quali storie sono capaci di disegnare nello spazio dell’esistenza? Cosa accade loro quando si spengono i riflettori della passerella?” Queste le domande che Alessandro Michele si pone, come rivela in una conferenza stampa, in un presente che si rivela incerto, sospeso, ma colmo di premonizioni.

La telecamera di Van Sant si concentra così sulla routine quotidiana surreale di Silvia Calderoni, seguendola in alcuni dei luoghi più ordinari – ma pur sempre belli – di una Roma fuori dal tempo: dall’appartamento vintage al bar del quartiere, all’ufficio postale al teatro. L’obiettivo si sofferma a lungo sui capi di abbigliamento dei modelli-attori, tutti rigorosamente in Gucci: sono capi seasonless, fatti per resistere alla transitorietà dei trend e delle stagioni, se vogliamo entrare nell’ottica della sostenibilità nella moda. Ma c’è anche l’intenzione di eludere qualunque precisa definizione, essendo la contaminazione di diverse epoche storiche ciò che fa il DNA del brand. Al tempo stesso emblemi di una dissidenza sessuale, i capi di Alessandro Michele rifuggono ogni canone predefinito tramite un continuo salto nel passato e attraverso le culture dove trovare un’inesauribile fonte di ispirazione, offrendo così all’individuo infinite possibilità di espressione.

La trama si rivela coinvolgente, piuttosto intrigante nel suo carattere misterioso, straniante e aperto ad innumerevoli significati: siamo trattenuti in una dimensione surreale, simile a quella di un sogno. Qual è il messaggio dietro a tutto questo? La risposta di Michele è anch’essa evasiva: “Non esiste un significato ultimo e definitivo, perché questo vorrebbe dire tradire quella meravigliosa e inesauribile eccedenza di senso di cui tutti noi siamo portatori. In fondo l’incanto della vita sta proprio in questo: nell’infinità dei suoi possibili”. Via libera all’interpretazione, dunque. In realtà non c’è nulla di nuovo se non un’evoluzione dell’espressione, un’instancabile reinvenzione, e una trascinante scoperta che si risolve in una perenne transizione. Lo spazio per ulteriori approfondimenti è ampio, ma l’essenza del brand resta salda.

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